Software open source

Excelsa promuove l’utilizzo di software open source, alla ricerca di un’affidabilità maggiore delle proprie soluzioni, rispetto al software proprietario.

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In informatica il termine open source (che in inglese significa sorgente aperto) indica un software i cui autori, o più precisamente i detentori dei diritti, ne permettono (anzi, ne favoriscono) il libero studio e l’apporto di modifiche da parte di altri programmatori indipendenti. Questo è reso possibile mediante l’applicazione di apposite licenze d’uso.

La collaborazione da parte di più programmatori informatici, in genere libera e spontanea, permette al prodotto finale di raggiungere una complessità ed una affidabilità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di lavoro. L’open source ha tratto grande beneficio da Internet, perché esso permette anche a programmatori geograficamente distanti di coordinarsi e poter lavorare allo stesso progetto.

In parole semplici, la licenza d’uso open source autorizza qualunque persona ad usare, modificare, integrare, riprodurre, duplicare e distribuire un programma informatico, anche a scopi commerciali.

I software open source attualmente più diffusi sono Firefox, OpenOffice e LibreOffice, VLC, Gimp, 7-Zip, oltre ad un gran numero di progetti rivolti non all’utente finale ma ad altri programmatori. Sono inoltre degne di nota le famiglie di sistemi operativi BSD , GNU e il kernel Linux, i cui autori e fautori hanno contribuito in modo fondamentale alla nascita del movi mento. La comunità open source è molto attiva, comprende decine di migliaia di progetti informatici, numero che cresce quotidianamente.

La licenza di un software, per potersi considerare open-source, deve soddisfare i seguenti criteri:

  • Libera redistribuzione: la licenza non può limitare alcuno dal vendere o donare il software che ne è oggetto, che comunque non potrà richiedere diritti o altri pagamenti a fronte di tali vendite.
  • Codice sorgente: deve essere incluso il codice sorgente del software e ne deve essere permessa la distribuzione sia come codice sorgente che in forma compilata.
  • Prodotti derivati: la licenza deve permettere modifiche e prodotti derivati, che dovranno essere distribuiti sotto le stesse condizioni della licenza del software originale.
  • Integrità del codice sorgente originale: la licenza può impedire la distribuzione del codice sorgente in forma modificata, a patto che venga consentita la distribuzione dell’originale accompagnato da “patch”, ovvero file che permettono di applicare modifiche automatiche al codice sorgente in fase di compilazione.
  • Discriminazione contro persone o gruppi: la licenza non deve discriminare alcuna persona o gruppo di persone.
  • Discriminazione per campo d’applicazione: la licenza non deve impedire di far uso del programma in un ambito specifico.
  • Distribuzione della licenza: i diritti allegati a un programma devono essere applicabili a tutti coloro a cui il programma è redistribuito, senza che sia necessaria l’emissione di ulteriori licenze.
  • Specificità ad un prodotto: i diritti allegati al programma non devono dipendere dall’essere il programma parte di una particolare distribuzione di software.
  • Vincoli su altro software: la licenza non deve porre restrizioni su altro software distribuito insieme al software licenziato.
  • Neutralità rispetto alle tecnologie: la licenza non deve contenere clausole che dipendano o si basino su particolari tecnologie o tipi di interfacce.

 

L’audizione alla Commissione Cultura della Camera italiana

Nel 2007 il tema dell’open source è stato portato autorevolmente presso il Parlamento italiano. La commissione cultura della Camera ha ascoltato, nella forma di una audizione, il prof. Arturo Di Corinto, il dott. Massimiliano Gambardella e Stefan Umit Uygur, unitamente a Richard Stallman e a Bruce Perens in una audizione ufficiale dalla commissione cultura della Camera dei deputati. Anche il convegno Condividi la conoscenza (organizzato in più edizioni) ha tentato di allargare la base di adesione del mondo accademico sull’open source e sull’Open content con l’obiettivo di fare ascoltare la propria voce anche dal mondo politico.

L’attività della “Commissione per il software a codice sorgente aperto nella Pubblica Amministrazione”, detta anche “Commissione Meo”, ha prodotto, nel maggio 2003, la pubblicazione dell'”Indagine conoscitiva sul software open source” che, accanto ad un quadro generale, contiene interessanti proposte per la diffusione di questo “tipo” di software nella PA italiana. La più rilevante tra le proposte è che le PP.AA. non devono vietare né penalizzare l’utilizzo di pacchetti open source: il criterio che deve valere al momento della selezione di una qualsivoglia soluzione software è quello del “value for money”.

Queste conclusioni hanno fortemente orientato il legislatore italiano, in merito all’adozione del software open source, da parte delle amministrazioni pubbliche.

La prima ricaduta legislativa, esito diretto dell’indagine conoscitiva sui programmi informatici a codice sorgente aperto, è la cosiddetta “Direttiva Stanca”: il 19 dicembre 2003 l’allora Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, On. Stanca, adottava la direttiva “Sviluppo ed utilizzazione dei programmi informatici da parte delle pubbliche amministrazioni” il cui contenuto sostanziale veniva successivamente trasfuso nel D. Lgs. 82/05 (Codice dell’amministrazione digitale) con l’intenzione di comportare vantaggi nella scelta dei programmi informatici più efficienti e convenienti, ma anche risparmi derivanti dalla condivisione conseguente al riuso all’interno delle amministrazioni pubbliche.